Opere - Roberto Cacciapaglia

GENERAZIONI DEL CIELO


“Generazioni del Cielo” è un opera musicale contemporanea in forma di oratorio; nasce da uno sviluppo del linguaggio musicale maturato attraverso esperienze polivalenti, che spaziano dalla composizione classica alla produzione di musica di largo ascolto. Il soggetto scaturisce dalla volontà di raccontare una storia non usuale, una storia senza accadimenti reali ma con emozioni realmente provate, attingendo dalla letteratura contemporanea e prendendo spunto anche da testi sacri.

Nella messinscena la musica, concepita classicamente, viene proiettata in un ambiente tecnologico e multimediale, dove possono dialogare antico e moderno, interagendo e dialogando.

I costumi sono stati disegnati con un criterio di astrazione dal tempo. Là dove la stoffa in qualche modo rincorre la topografia del corpo, si sono utilizzati i percorsi funzionali delle bendature.

La scena non è il luogo urbano o il puro paesaggio del wanderer. Essa si svolge accanto e dentro un archetipo: l’arca come “custode della vita”, archetipo di tutte le città future. Ma anche topoc della rigenerazione di una umanità che viene “punita” con la salvazione, con il peso delle sue responsabilità e dei suoi rimorsi. La scenografia, astratta da un luogo fisico determinato, doveva rappresentare la musica secondo un processo analogico, come un corpo collocato accanto all’anima. Per questo la scelta di un archetipo: l’Arca. Mostrarne il suo interno voleva essere un invito a volgere lo sguardo entro se stessi e ad osservare le cose con l’occhio interiore, annullando ogni distanza tra l’oggetto osservato e la persona.

GENERAZIONI DEL CIELO



“Generazioni del Cielo” è un opera musicale contemporanea in forma di oratorio; nasce da uno sviluppo del linguaggio musicale maturato attraverso esperienze polivalenti, che spaziano dalla composizione classica alla produzione di musica di largo ascolto. Il soggetto scaturisce dalla volontà di raccontare una storia non usuale, una storia senza accadimenti reali ma con emozioni realmente provate, attingendo dalla letteratura contemporanea e prendendo spunto anche da testi sacri.

Nella messinscena la musica, concepita classicamente, viene proiettata in un ambiente tecnologico e multimediale, dove possono dialogare antico e moderno, interagendo e dialogando.

I costumi sono stati disegnati con un criterio di astrazione dal tempo. Là dove la stoffa in qualche modo rincorre la topografia del corpo, si sono utilizzati i percorsi funzionali delle bendature.

La scena non è il luogo urbano o il puro paesaggio del wanderer. Essa si svolge accanto e dentro un archetipo: l’arca come “custode della vita”, archetipo di tutte le città future. Ma anche topoc della rigenerazione di una umanità che viene “punita” con la salvazione, con il peso delle sue responsabilità e dei suoi rimorsi. La scenografia, astratta da un luogo fisico determinato, doveva rappresentare la musica secondo un processo analogico, come un corpo collocato accanto all’anima. Per questo la scelta di un archetipo: l’Arca. Mostrarne il suo interno voleva essere un invito a volgere lo sguardo entro se stessi e ad osservare le cose con l’occhio interiore, annullando ogni distanza tra l’oggetto osservato e la persona.


TRANSARMONICA


Musica composta su testo tratto da “De Rerum Natura” di Tito Lucrezio Caio, per soprano e controtenore. Gruppo strumentale composto da Violino, Viola, Violoncello e due Tastiere. Progetto scenico e immagini a cura di Roberto Masotti.

Commissionato dal Festiva1 “ATERFORUM” di Ferrara del 1988.

“Trans-Armonica” nel 1992 apre il Festival di Villa Arconati, a Castellazzo di Bollate, nella serata inaugurale dedicata ad opere di Roberto Cacciapaglia.

Dal finestrino di un treno tutto passa velocemente: case, alberi restano indietro mentre l’occhio di chi osserva scruta nello spazio vicino e lontano fino all’orizzonte. Un bordone corre nella notte mentre tutto è in movimento, cambia, lungo un percorso da esplorare attraverso il paese dell’armonia. Guardandosi attorno c’è cosi tanto: le montagne, il mare, gli alberi, le città, i quartieri, l’armonia pervade tutto. Come non tenere conto di tutte queste zone; è come una pianura dove un pentagramma o strada ferrata passa per toni maggiori e minori, triadi, intervalli, accordi perfetti che hanno il potere di raccontare una storia di relazioni, suggestioni e impressioni che ci aiutano a trovare un contatto col nostro mondo emozionale.

L’idea di attraversare, cercare, partire, vagare: movimenti armonici. E’ molto più che uno spazio geografico, sono veri e propri mondi: battere e levare, alba e tramonto, inspira, espira. Un viaggio senza fermate, perché fermarsi è pericoloso, ti può incatenare ad un linguaggio, ad abitudini, nostalgie o a regole che consentono che tutto si risolva attraverso processi mentali e teorici senza tenere conto che la percezione è anche fisica ed emozionale. Spostarsi significa non farci catturare, essere in movimento, staccarci dagli schemi, tentare una sospensione dai meccanismi dei codici musicali.

La percezione dipende dal proprio stato d’animo, dalla propria ricettività, è probabile che durante un viaggio i nostri sensi siano più svegli e le impressioni sonore che toccano la nostra memoria si impongano all’attenzione nel tentativo di oltrepassare un codice armonico. No, non fermiamoci, ma guardiamo e osserviamo lungo la strada, facciamo incontrare concezioni musicali opposte e utilizziamo questi elementi, queste energie espresse nelle più svariate forme per ottenere una maggiore intensità. Non facciamo riferimento solo alla tradizione della musica “colta”, ma guardiamo quei fenomeni musicali che sono veicolo di cambi culturali, di costume e simbolo di svolte generazionali, nella speranza che questa ricerca vada altre i confini che dividono la musica in categorie e che giunti all’alba questa linea di fuga ci porti oltre la frontiera.

TRANSARMONICA



Musica composta su testo tratto da “De Rerum Natura” di Tito Lucrezio Caio, per soprano e controtenore. Gruppo strumentale composto da Violino, Viola, Violoncello e due Tastiere. Progetto scenico e immagini a cura di Roberto Masotti.

Commissionato dal Festiva1 “ATERFORUM” di Ferrara del 1988.

“Trans-Armonica” nel 1992 apre il Festival di Villa Arconati, a Castellazzo di Bollate, nella serata inaugurale dedicata ad opere di Roberto Cacciapaglia.

Dal finestrino di un treno tutto passa velocemente: case, alberi restano indietro mentre l’occhio di chi osserva scruta nello spazio vicino e lontano fino all’orizzonte. Un bordone corre nella notte mentre tutto è in movimento, cambia, lungo un percorso da esplorare attraverso il paese dell’armonia. Guardandosi attorno c’è cosi tanto: le montagne, il mare, gli alberi, le città, i quartieri, l’armonia pervade tutto. Come non tenere conto di tutte queste zone; è come una pianura dove un pentagramma o strada ferrata passa per toni maggiori e minori, triadi, intervalli, accordi perfetti che hanno il potere di raccontare una storia di relazioni, suggestioni e impressioni che ci aiutano a trovare un contatto col nostro mondo emozionale.

L’idea di attraversare, cercare, partire, vagare: movimenti armonici. E’ molto più che uno spazio geografico, sono veri e propri mondi: battere e levare, alba e tramonto, inspira, espira. Un viaggio senza fermate, perché fermarsi è pericoloso, ti può incatenare ad un linguaggio, ad abitudini, nostalgie o a regole che consentono che tutto si risolva attraverso processi mentali e teorici senza tenere conto che la percezione è anche fisica ed emozionale. Spostarsi significa non farci catturare, essere in movimento, staccarci dagli schemi, tentare una sospensione dai meccanismi dei codici musicali.

La percezione dipende dal proprio stato d’animo, dalla propria ricettività, è probabile che durante un viaggio i nostri sensi siano più svegli e le impressioni sonore che toccano la nostra memoria si impongano all’attenzione nel tentativo di oltrepassare un codice armonico. No, non fermiamoci, ma guardiamo e osserviamo lungo la strada, facciamo incontrare concezioni musicali opposte e utilizziamo questi elementi, queste energie espresse nelle più svariate forme per ottenere una maggiore intensità. Non facciamo riferimento solo alla tradizione della musica “colta”, ma guardiamo quei fenomeni musicali che sono veicolo di cambi culturali, di costume e simbolo di svolte generazionali, nella speranza che questa ricerca vada altre i confini che dividono la musica in categorie e che giunti all’alba questa linea di fuga ci porti oltre la frontiera.


AUREA CARMINA


Accostandosi ad un testo straordinario e significativo come “I Versi d’Oro” si ha la conferma che Pitagora possedeva quel sapere e quella saggezza che scavano in profondità nell’essenza delle cose. Armonizzava e metteva in relazione conoscenze e discipline considerate lontanissime tra loro, con un senso e un significato unificante e totale.

Pitagora è attuale e vicino alla sensibilità e alle percezioni psichiche ed emozionali della nostra epoca, divisa nelle sue scelte e attraversata da suggestioni musicali diverse e lontane tra loro. Oggi è necessario seguire un cammino, ritrovare una relazione e un valore dimenticati insieme a molti aspetti della musica non considerati o addirittura evitati.

In quest’itinerario dell’anima verso la perfezione un ruolo primario è affidato alla musica. Se ad un livello conoscitivo esso aveva costituito il modello per configurare la struttura del mondo, nella dimensione etica la musica offre lo strumento per organizzare il comportamento umano secondo sapienza.

L’esercizio della musica e delle attività ad essa connesse, come la danza, è educazione della mente e del corpo, in quanto ammaestra nei valori dell’armonia e del ritmo, che sono essenziali per lo sviluppo della persona. Ma la musica, all’ascolto, è anche la via diretta attraverso cui la voce intima della realtà perviene all’anima, senza la mediazione precaria e ingannevole della materia. Essa è percezione ed espressione dei sentimenti; e poiché questi, come ogni fenomeno del reale, riconducono la loro essenza ai rapporti numerici, sarà possibile produrre determinati effetti nella psiche in relazione ai diversi modi, individuati dalla successione degli intervalli.

Se musica e anima sono la stessa cosa, nelle leggi della musica si dovrà cercare la natura dell’anima, scoprire il segreto delle sue aspirazioni, che il trauma della materia confonde e occulta. Musica e numero, in una simbiosi che nell’essenza profonda del reale si rivela come identità, affermano il valore supremo della proporzione, a cui si conforma l’armonia della vita universale.

Nella proporzione l’anima riconosce quest’armonia di cui essa è parte, e attraverso questo processo d’identificazione realizza la propria autenticità. Nella conoscenza di sé risiede il fine dell’uomo, e questa si ottiene grazie alla sensazione del bello, il quale nasce dall’esperienza della proporzione. Ma il numero è anche la norma del vero; e dunque bellezza e verità coincidono, al punto in cui si annullano anche le differenze fra razionalità e intuizione, categorie e di un pensiero che si è separato dalla totalità del reale, di cui invece la musica è segno, nel suo essere partecipe di entrambe. Nell’armonia universale rientra pure l’azione dell’uomo, secondo il concreto svolgersi dei suoi comportamenti. Uniformarsi a tale misura dell’essere è il dovere e il premio della vita umana. “Conosci il ritmo che possiede gli uomini” aveva detto, qualche tempo prima di Pitagora, il poeta Archiloco; e quest’ammonimento solenne diviene la linea portante della sua dottrina etica. Devozione verso gli dei e comprensione per gli uomini anche quando sono nell’errore, temperanza nelle cose necessarie della vita e fermezza nel dolore, rispetto della dignità propria e giustizia di fronte al mondo, meditazione sui propri atti e purificazione dell’interiore sono i grandi precetti, in cui la sapienza pitagorica individua la strada per raggiungere l’equilibrio fra la condizione umana e l’ordine nell’universo.

AUREA CARMINA



Accostandosi ad un testo straordinario e significativo come “I Versi d’Oro” si ha la conferma che Pitagora possedeva quel sapere e quella saggezza che scavano in profondità nell’essenza delle cose. Armonizzava e metteva in relazione conoscenze e discipline considerate lontanissime tra loro, con un senso e un significato unificante e totale.

Pitagora è attuale e vicino alla sensibilità e alle percezioni psichiche ed emozionali della nostra epoca, divisa nelle sue scelte e attraversata da suggestioni musicali diverse e lontane tra loro. Oggi è necessario seguire un cammino, ritrovare una relazione e un valore dimenticati insieme a molti aspetti della musica non considerati o addirittura evitati.

In quest’itinerario dell’anima verso la perfezione un ruolo primario è affidato alla musica. Se ad un livello conoscitivo esso aveva costituito il modello per configurare la struttura del mondo, nella dimensione etica la musica offre lo strumento per organizzare il comportamento umano secondo sapienza.

L’esercizio della musica e delle attività ad essa connesse, come la danza, è educazione della mente e del corpo, in quanto ammaestra nei valori dell’armonia e del ritmo, che sono essenziali per lo sviluppo della persona. Ma la musica, all’ascolto, è anche la via diretta attraverso cui la voce intima della realtà perviene all’anima, senza la mediazione precaria e ingannevole della materia. Essa è percezione ed espressione dei sentimenti; e poiché questi, come ogni fenomeno del reale, riconducono la loro essenza ai rapporti numerici, sarà possibile produrre determinati effetti nella psiche in relazione ai diversi modi, individuati dalla successione degli intervalli.

Se musica e anima sono la stessa cosa, nelle leggi della musica si dovrà cercare la natura dell’anima, scoprire il segreto delle sue aspirazioni, che il trauma della materia confonde e occulta. Musica e numero, in una simbiosi che nell’essenza profonda del reale si rivela come identità, affermano il valore supremo della proporzione, a cui si conforma l’armonia della vita universale.

Nella proporzione l’anima riconosce quest’armonia di cui essa è parte, e attraverso questo processo d’identificazione realizza la propria autenticità. Nella conoscenza di sé risiede il fine dell’uomo, e questa si ottiene grazie alla sensazione del bello, il quale nasce dall’esperienza della proporzione. Ma il numero è anche la norma del vero; e dunque bellezza e verità coincidono, al punto in cui si annullano anche le differenze fra razionalità e intuizione, categorie e di un pensiero che si è separato dalla totalità del reale, di cui invece la musica è segno, nel suo essere partecipe di entrambe. Nell’armonia universale rientra pure l’azione dell’uomo, secondo il concreto svolgersi dei suoi comportamenti. Uniformarsi a tale misura dell’essere è il dovere e il premio della vita umana. “Conosci il ritmo che possiede gli uomini” aveva detto, qualche tempo prima di Pitagora, il poeta Archiloco; e quest’ammonimento solenne diviene la linea portante della sua dottrina etica. Devozione verso gli dei e comprensione per gli uomini anche quando sono nell’errore, temperanza nelle cose necessarie della vita e fermezza nel dolore, rispetto della dignità propria e giustizia di fronte al mondo, meditazione sui propri atti e purificazione dell’interiore sono i grandi precetti, in cui la sapienza pitagorica individua la strada per raggiungere l’equilibrio fra la condizione umana e l’ordine nell’universo.



IL SEGRETO DELL'ALBA


Pantomima in due parti su testi di Giada Manca di Villahermosa, musica di Roberto Cacciapaglia, progetto scenico di Gabriele Amadori. Commissionata dal Teatro Comunale di Bologna e andata in scena nel marzo del 1989.

Questo lavoro tratta di un personaggio liberamente ispirato al Christian del “Pilgrim’s Progress” di John Bunyan e della sua ricerca nel labirinto del mondo contemporaneo. Lo schema narrativo si ricollega alla tradizione letteraria che va dall’Ulisse omerico e joyciano, al Parsifal e al Lohengrin dei racconti del Graal.

Attraverso i meccanismi del racconto iniziatico, la figura mitologica dell’eroe viene adattata al modello di una civiltà metropolizzata dove il protagonista deve superare ostacoli e sfuggire a situazioni che assumono le forme diverse della società ammalata e psicotica che lo coinvolge nelle spirali della propria follia.

Percorrendo un viaggio tra i paradossi della società contemporanea e quelli dell’uomo che la abita, il racconto si snoda tra due ordini diversi apparentemente opposti: il primo quotidiano, sociale, l’altro di natura metafisica e psicologica. Ogni personaggio è uno stato d’animo, un sentimento, ogni situazione è un aspetto psicologico. L’allegoria che è il senso ultimo della vicenda si rivela alla fine quando l’eroe esce da questo vortice come da una grande lezione.

IL SEGRETO DELL'ALBA



Pantomima in due parti su testi di Giada Manca di Villahermosa, musica di Roberto Cacciapaglia, progetto scenico di Gabriele Amadori. Commissionata dal Teatro Comunale di Bologna e andata in scena nel marzo del 1989.

Questo lavoro tratta di un personaggio liberamente ispirato al Christian del “Pilgrim’s Progress” di John Bunyan e della sua ricerca nel labirinto del mondo contemporaneo. Lo schema narrativo si ricollega alla tradizione letteraria che va dall’Ulisse omerico e joyciano, al Parsifal e al Lohengrin dei racconti del Graal.

Attraverso i meccanismi del racconto iniziatico, la figura mitologica dell’eroe viene adattata al modello di una civiltà metropolizzata dove il protagonista deve superare ostacoli e sfuggire a situazioni che assumono le forme diverse della società ammalata e psicotica che lo coinvolge nelle spirali della propria follia.

Percorrendo un viaggio tra i paradossi della società contemporanea e quelli dell’uomo che la abita, il racconto si snoda tra due ordini diversi apparentemente opposti: il primo quotidiano, sociale, l’altro di natura metafisica e psicologica. Ogni personaggio è uno stato d’animo, un sentimento, ogni situazione è un aspetto psicologico. L’allegoria che è il senso ultimo della vicenda si rivela alla fine quando l’eroe esce da questo vortice come da una grande lezione.



UN GIORNO X


Libretto di: Roberto Cacciapaglia e Giada Manca di Villahermosa.

Voci: Gianna Nannini – Giuseppe Zambon – Giulia Olcese – Silvia Chiminelli.

Direttore del coro: Antonio Eros Negri.

Direttore d’orchestra: Pierangelo Gelmini.

Tastiere: Michele Fedrigotti. Computer: Marco Zangirolami

LA STORIA DI ULISSE SI RIPETE IN OGNI UOMO Di Dario Del Corno.

Il Viaggiatore viene da molto lontano, dall’età remota in cui l’uomo nel mito inventò la poesia. Il modello dell’Eterno Errabondo è Ulisse; e una volta di più la sua storia si stringe intorno ai due motivi, distinti e complementari, del viaggio e del ritorno. Come accade a tutti gli archetipi, lungo i secoli, per gli artisti a cui è demandato il compito di chiamare a consapevolezza ciò che gli uomini sanno esprimere solo nei comportamenti, egli ha assunto significati e valori diversi; ma la sua realtà non si esaurisce, poiché il mito ripropone una nuova verità ogni volta che viene raccontato.

Può così accadere che l’occhio affascinante del Ciclope, il mostro che divora quanti si racchiudono nella sua caverna, sia lo schermo del televisore; che le seduzioni fallaci delle Sirene, da cui uomini sono sviati a dimenticare se stessi, si trasformano nelle formule ossessive della pubblicità e nei festosi addobbi delle vetrine; che i filtri con cui Circe priva della condizione umana le sue vittime diventino il tranello mortale della droga. Il Giorno X è finito: il passato non è che polvere, e il viaggiatore si ritrova su un aerea, fuori dal mondo degli individui come da un sogno. Sorge il sole, e nel tempo della natura e dei suoi cicli eterni ciò che è accaduto deve accadere di nuovo. Come la storia di Ulisse che si ripete in ogni uomo.

UN GIORNO X



Libretto di: Roberto Cacciapaglia e Giada Manca di Villahermosa

Regia e Direzione: Gabriele Amadori

Voci: Gianna Nannini – Giuseppe Zambon – Giulia Olcese – Silvia Chiminelli

Direttore del coro: Antonio Eros Negri

Direttore d’orchestra: Pierangelo Gelmini

Tastiere: Michele Fedrigotti. Computer: Marco Zangirolami

LA STORIA DI ULISSE SI RIPETE IN OGNI UOMO Di Dario Del Corno

Il Viaggiatore viene da molto lontano, dall’età remota in cui l’uomo nel mito inventò la poesia. Il modello dell’Eterno Errabondo è Ulisse; e una volta di più la sua storia si stringe intorno ai due motivi, distinti e complementari, del viaggio e del ritorno. Come accade a tutti gli archetipi, lungo i secoli, per gli artisti a cui è demandato il compito di chiamare a consapevolezza ciò che gli uomini sanno esprimere solo nei comportamenti, egli ha assunto significati e valori diversi; ma la sua realtà non si esaurisce, poiché il mito ripropone una nuova verità ogni volta che viene raccontato.

Può così accadere che l’occhio affascinante del Ciclope, il mostro che divora quanti si racchiudono nella sua caverna, sia lo schermo del televisore; che le seduzioni fallaci delle Sirene, da cui uomini sono sviati a dimenticare se stessi, si trasformano nelle formule ossessive della pubblicità e nei festosi addobbi delle vetrine; che i filtri con cui Circe priva della condizione umana le sue vittime diventino il tranello mortale della droga. Il Giorno X è finito: il passato non è che polvere, e il viaggiatore si ritrova su un aerea, fuori dal mondo degli individui come da un sogno. Sorge il sole, e nel tempo della natura e dei suoi cicli eterni ciò che è accaduto deve accadere di nuovo. Come la storia di Ulisse che si ripete in ogni uomo.



LE MILLE E UNA NOTTE


Una fiaba musicale in due atti e dieci quadri per soprano, tenore, dieci strumenti e voci recitanti. Musiche di Roberto Cacciapaglia. Scenografia di Achille Lualdi e Maurizia Dotti. Costumi della Sartoria della Compagnia Colla. Scritto e diretto da Eugenio Monti Colla.

L’Oriente ha sempre trovato una collocazione precisa nel repertorio marionettistico: luogo remoto e irraggiungibile dove si ritrovano innamorati creduti dispersi, Califfi dispensatori di giustizia e Sultani pronti al perdono; ambiente di azioni e di ritrovamenti di chiara derivazione operistica. Fra i testi di origine ottocentesca e di tale tipologia rappresentati al Teatro Gerolamo sino al 1957, un posto di privilegio ha sempre avuto “La Zamira crudele”, ovvero “La donna nemica degli uomini, ovvero le sventure del Principe Alimut”, più nota con il titolo “Le mille e una notte” che il pubblico milanese ha più e più volte applaudito. Storia d’amore e di morte ispirata alla fiaba teatrale di Carlo Gozzi, “Turandot”, andò in scena la prima volta nel 1867, quando la Carlo Colla e Figli era ancora compagnia itinerante.

Nel riprodurre una nuova edizione Eugenio Monti Colla ha inteso prediligere l’aspetto fiabesco, trasformando la commedia originale in spettacolo musicale, dove parole, gesto e canto completano lo specifico marionettistico, arricchendo la trama di elementi spettacolari, con un gran numero di marionette, musicisti e cantanti, trucchi ed effetti scenografici. L’Oriente così rivisitato da una lettura fantastica non rifiuta le allegorie e i simbolismi, ma tende soprattutto alla grandiosità e al fascino dello spettacolo.

LE MILLE E UNA NOTTE



Una fiaba musicale in due atti e dieci quadri per soprano, tenore, dieci strumenti e voci recitanti. Musiche di Roberto Cacciapaglia. Scenografia di Achille Lualdi e Maurizia Dotti. Costumi della Sartoria della Compagnia Colla. Scritto e diretto da Eugenio Monti Colla.

L’Oriente ha sempre trovato una collocazione precisa nel repertorio marionettistico: luogo remoto e irraggiungibile dove si ritrovano innamorati creduti dispersi, Califfi dispensatori di giustizia e Sultani pronti al perdono; ambiente di azioni e di ritrovamenti di chiara derivazione operistica. Fra i testi di origine ottocentesca e di tale tipologia rappresentati al Teatro Gerolamo sino al 1957, un posto di privilegio ha sempre avuto “La Zamira crudele”, ovvero “La donna nemica degli uomini, ovvero le sventure del Principe Alimut”, più nota con il titolo “Le mille e una notte” che il pubblico milanese ha più e più volte applaudito. Storia d’amore e di morte ispirata alla fiaba teatrale di Carlo Gozzi, “Turandot”, andò in scena la prima volta nel 1867, quando la Carlo Colla e Figli era ancora compagnia itinerante.

Nel riprodurre una nuova edizione Eugenio Monti Colla ha inteso prediligere l’aspetto fiabesco, trasformando la commedia originale in spettacolo musicale, dove parole, gesto e canto completano lo specifico marionettistico, arricchendo la trama di elementi spettacolari, con un gran numero di marionette, musicisti e cantanti, trucchi ed effetti scenografici. L’Oriente così rivisitato da una lettura fantastica non rifiuta le allegorie e i simbolismi, ma tende soprattutto alla grandiosità e al fascino dello spettacolo.



LAMENTAZIONI DI GEREMIA


Sono cinque elegie composte in occasione della distruzione di Gerusalemme probabilmente da autori differenti.

Nel testo ebraico esse appartengono ai Megilloth (rotoli) e venivano lette nella Sinagoga in occasione dell’anniversario della caduta della città ad opera di Nabucodonosor il giorno 9 del mese di Ab. Nella liturgia cristiana il dolore per la distruzione della città diviene il dolore di Maria SS. Addolorata per la morte di Cristo sulla croce e si esegue nel periodo di Pasqua.

LAMENTAZIONI DI GEREMIA



Sono cinque elegie composte in occasione della distruzione di Gerusalemme probabilmente da autori differenti.

Nel testo ebraico esse appartengono ai Megilloth (rotoli) e venivano lette nella Sinagoga in occasione dell’anniversario della caduta della città ad opera di Nabucodonosor il giorno 9 del mese di Ab. Nella liturgia cristiana il dolore per la distruzione della città diviene il dolore di Maria SS. Addolorata per la morte di Cristo sulla croce e si esegue nel periodo di Pasqua.



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